28 imprese a rischio fallimento

Se l’attuale situazione creata dal coronavirus non si ferma entro fine anno, un’impresa su dieci rischia di fallire. (a dirlo è l’agenzia di rating Cerved Rating Agency)

Le conseguenze di come l’emergenza è stata gestita dal governo sono evidenti: rallentamenti della produzione, calo dei margini, chiusure forzate.

Secondo una preliminare analisi da parte di Cerved Rating Agency, ci potranno essere due scenari, uno a breve e l’altro a medio-lungo termine.

«Se entro sei mesi (Giugno 2020) non verranno contenuti gli effetti dell’emergenza globale, ci sarà una probabilità di default pari al 6,8%, che varia dal 2,7% al 10,6% in base al settore. Se i tempi si allungano e si arriva a dodici mesi come scadenza (31 Dicembre 2020), la probabilità di default arriva al 10,4%, con variazioni tra il 7,5% e il 15,4%, sempre in base al settore specifico.»

Alcuni settori come il turismo, la moda e l’industria manifatturiera, essendo molto dipendenti dall’import/export, sono più esposti a questo rischio.

Per l’industria italiana è pressoché inevitabile fare i conti la quarta recessione del millennio.

L’emergenza coronavirus, si legge infatti nell’Indagine rapida sulla produzione industriale” del Centro studi Confindustria del 3 marzo, «interviene in un contesto di estrema debolezza dell'economia italiana, che già si muoveva sull'orlo della recessione. Con i dati disponibili fino a oggi questo rischio si materializza ...».

L’epidemia impatterà pesantemente sulla produzione industriale di Marzo e, «soprattutto, su quella del secondo trimestre, quando si faranno sentire sull'industria gli effetti della caduta della domanda nel terziario», e conferma uno scenario di recessione che condizionerà le attività del 2020.

Per quanto riguarda l'impatto del coronavirus sul PIL, il Centro studi Confindustria sottolinea che «è difficile da quantificare e dipenderà dalla durata e dalla diffusione della crisi sanitaria a livello nazionale e internazionale. In assenza di misure efficaci e tempestive di politica economica - non solo in Italia - il rischio peggiore è che si verifichi un avvitamento tra shock della domanda e dell'offerta in grado di provocare una forte e prolungata recessione».

Nouriel Roubini, alias “Dr. Doom”, economista che ha previsto la grande crisi finanziaria del 2007-2008, non smentisce la sua fama di profeta di sventura, suggerisce di allacciarsi le cinture perché siamo senza protezione e afferma:

«… Prepariamoci a una recessione globale che né le politiche fiscali né quelle monetarie potranno significativamente alleviare» e Boccia definisce "possibili" le stime della banca d'affari Nomura di un'Italia di nuovo in recessione già quest'anno.

Ma cosa significa prepararci al quarto evento catastrofico del nuovo millennio?

Come possiamo agire per proteggere le nostre imprese e continuare ad esistere?

L’auto imprenditorialità e l’artigianalità che nel passato hanno fatto le fortune del nord-est sono ancora condizioni necessarie, ma non più sufficienti per sostenere l’economia del nostro territorio.

La volontà di investire in innovazione dirompente, rendendo le nostre aziende più agili, flessibili, collaborative e dotate di conoscenze e competenze diversificate, viene brutalmente stroncata dalla stretta creditizia che da anni non ci permette di confrontarci alla pari con i competitor stranieri e ci obbliga al solo “sopravvivere”.

Volenti o nolenti, dobbiamo perfezionare quegli elementi che vengono riconosciuti come “valore” da parte dei clienti e per guadagnare, dobbiamo ridurre, se non eliminare, tutti gli “sprechi” presenti nei nostri processi aziendali.

Dobbiamo pensare “LEAN”.

A tal riguardo lo “smart working”, diventato virtù a fronte delle necessità emerse dall'emergenza nelle “zone rosse”, potrebbe essere un valido elemento a supporto delle imprese soprattutto se rivisitato in ottica co-sourcing.

 

Continua a seguirci per le prossime evoluzioni.

 

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