recession

La recessione economica sta bussando alle porte anche da noi. A fine luglio l’Istat ha certificato la crescita zero per il secondo trimestre.

Anche i segnali che vengono dall’esterno sono preoccupanti. I dati negativi sulla produzione tedesca sembrano preludere a un Pil piatto o in contrazione nella rilevazione sul secondo trimestre attesa il 14 agosto. Negli Stati Uniti, gli economisti di Goldman Sachs scommettono su una prossima recessione globale indotta da guerra commerciale Usa-Cina che non si risolverà fino a dopo le elezioni americane. In Europa, nel secondo trimestre il Pil del Regno Unito ha registrato la prima contrazione (- 0,2%) da sette anni.

Lo scenario risulta davvero preoccupante e non lascia spazio ad interpretazioni diverse, ma è possibile invertire la tendenza?

La risposta è sì, ma per riuscirci occorre risvegliare la fiducia nelle potenzialità dell’industria nostrana. E’ necessario credere nei piccoli passi che possono contrastare il fenomeno, incentivando l’innovazione tecnologica, la produzione sostenibile e la pianificazione dei risultati.

L’atteggiamento rispetto al problema è dunque ciò che può fare la differenza e indurre a cercare un riscontro alla più che spontanea domanda: perché siamo imprenditori? Ma soprattutto perché continuiamo ad essere imprenditori, anche di fronte ad un trend così negativo?

 La risposta può forse sembrare banale, ma una riflessione più attenta può portare a conclusioni decisamente non scontate.

Una cosa è certa.

Essere imprenditore significa responsabilità, sforzo, ambizione ma davvero si tratta solo di questo o c’è molto di più?

 Ricordate:

“La parola crisi, scritta in cinese, è composta di due caratteri. Uno rappresenta il pericolo e l’altro rappresenta l’opportunità.”

John Fitzgerald Kennedy

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